Cnr-Istituto di Scienze Marine

L’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche svolge attività di ricerca fondamentale e applicata in oceanografia fisica, chimica e biologica e in geologia marina.

L’obiettivo è contribuire allo studio dei processi oceanici e della variabilità climatica, allo sviluppo di sistemi/servizi per l’osservazione, la protezione e la gestione sostenibile dell’ambiente marino e delle coste.

                               L’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISMAR) svolge attività di

Ricerca Fondamentale e Applicata

in oceanografia fisica, chimica e biologica e in geologia marina con l’obiettivo di contribuire sia allo studio dei processi oceanici e della variabilità climatica che allo sviluppo di sistemi/servizi per l’osservazione, la protezione e la gestione sostenibile dell’ambiente marino e delle coste

VENEZIA

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MAREA

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Dati presto disponibili

Mixing nei Fluidi: Concetti fondamentali e applicazioni

CISM-EUROMECH Advanced Course, Udine, May 11-15, 2026, https://cism.it/en/activities/courses/C2603/

Lo scopo principale di questo corso avanzato è di fornire una dettagliata panoramica sul mescolamento in vari tipi di flussi, basata sui più recenti risultati della ricerca e sui più moderni metodi utilizzati in lavori teorici, sperimentali e numerici. Il corso è organizzato in tre blocchi. Nel primo, verrano introdotti gli aspetti teorici fondamentali su cinematica, avvezione, diffusione, mescolamento e reologia. Nel secondo blocco, verranno descritte in dettaglio le moderne tecniche di caratterizzazione del mescolamento in flussi caotici che comprendono indicatori nonlineari, teoria del braiding, esponenti di Lyapunov a scala finita e/o tempo finito, quanta.
Nel terzo, il mescolamento sarà trattato in diversi contesti applicativi: mezzi porosi, flussi geofisici, flussi industriali e fluidi reologicamente complessi. Docenti del corso: T. Burghelea (CNRS-LTE, Francia), M. Dentz (SNRC-IDEA, Spagna), G. Lacorata (CNR-ISMAR, Italia), T. Le Borgne and J. Heyman (Univ. of Rennes, Francia), D. Lester (Univ. of Melbourne, Australia), E. Willermaux (IRPHE, Francia).

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Fuga di gas Nord Stream, i rischi per l’ambiente secondo gli esperti ICOS

Sono state ben quattro le perdite di gas rilevate a seguito delle esplosioni nel gasdotto Nord Stream 1 e 2, due delle quali si sono verificate nella zona economica esclusiva svedese. Mentre le bolle provocate dalle fuoriuscite rendono ancora impossibile l’ispezione delle strutture, gli strumenti di monitoraggio hanno identificato enormi nubi di metano in movimento dall’epicentro dell’incidente, l’area di Bornholm, che si dirigono verso la Svezia e la Norvegia, e le previsioni indicano che il gas potrebbe raggiungere anche le isole Svalbard nei prossimi giorni.

Secondo i calcoli dell’Istituto norvegese di ricerca sull’aria Nilu, i quantitativi di emissione raggiungono livelli record, corrispondenti al doppio delle emissioni di metano dell’industria petrolifera e del gas in Norvegia. “Difficile prevedere l’impatto sull’ambiente di un incidente di tale portata – commenta Paolo Cristofanelli, ricercatore presso l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) – ma in un contesto in cui è fondamentale ridurre al minimo le emissioni di gas a effetto serra, episodi di questo tipo possono rappresentare un ulteriore ostacolo agli obiettivi di riduzione delle emissioni”. “Se infatti il gas fosse stato bruciato secondo il normale processo – ragiona l’esperto – avrebbe raggiunto l’atmosfera come anidride carbonica, che ha un potere serra circa 28 volte inferiore del metano su un arco di 100 anni. Bisogna inoltre considerare che, oltre a questa fuoriuscita, si aggiungeranno carbone o metano che verranno bruciati per soddisfare la richiesta mancata a causa dell’incidente. Non sappiamo ancora quali siano i volumi totali, ma sicuramente si tratta di quantità importanti”.

Il ricercatore è anche chairperson della Monitoring Station Assembly (MSA) dei siti atmosferici, un organo dell’Integrated Carbon Observation System (ICOS), un’infrastruttura di ricerca europea che si occupa dello studio dei flussi dei principali gas serra: anidride carbonica e metano. Con oltre 150 stazioni distribuite in 13 paesi europei, ICOS si avvale di strumentazioni all’avanguardia che registrano informazioni preziose, accurate, qualitativamente elevate e disponibili gratuitamente in tempo quasi reale. Il nodo italiano, coordinato dal Cnr, conta ben 17 siti di monitoraggio, divisi in ecosistemici, atmosferici e oceanici. Le stazioni atmosferiche e oceaniche posizionate nei pressi dell’incidente, hanno subito rilevato picchi evidentissimi di metano che sovrastano Svezia, Norvegia e Finlandia.

“Si sta ancora cercando di capire l’entità della fuga di metano in atmosfera – spiega Cristofanelli – e le osservazioni della rete ICOS potranno aiutare a corroborare le stime in corso. Le stime del Nilu (da 40.000 a 80.000 tonnellate), se confermate indicherebbero che il gas che ha raggiunto l’atmosfera a causa delle perdite potrebbe essere paragonato a circa l’1% di tutto quello emesso annualmente dall’Europa in attività di produzione ed uso di combustibili fossili (7 Tg CH4/yr, fonte http://www.globalcarbonatlas.org/). Gli ultimi dati delle stazioni Scandinave mostrano comunque una ritorno delle concentrazioni atmosferiche a valori più usuali. Forse questo indica che la perdita sta andando ad esaurirsi.”.

Sebbene non sia direttamente dannoso per la salute, il metano rappresenta un composto relativamente reattivo, nonché un precursore dell’ozono troposferico che è un inquinante ed un clima-alterante. Tuttavia appare poco probabile che la fuoriuscita di metano possa dare luogo ad episodi di inquinamento da ozono. Anche per quanto riguarda i rischi per l’ambiente oceanico, non ci si aspettano gravi complicazioni nell’immediato futuro. “Il gas metano – afferma Anna Luchetta, dell’Istituto di scienze marine (Cnr-Ismar) – non è associato a particolari effetti diretti sugli ecosistemi. Fortunatamente è un gas che non reagisce con l’acqua di mare ma semplicemente si discioglie. Tuttavia in condizioni di sovrasaturazione, come quelle che certamente si stanno verificando nella zona dell’incidente, può impoverire l’oceano di ossigeno disciolto e causare conseguenze negative indirette per gli organismi marini”. Alghe, pesci, zooplancton e altre specie potrebbero quindi risentire dell’incidente, ma gli effetti ecologici saranno rilevabili solo con il tempo.

“C’è da sottolineare, però, che l’incidente del Nord Stream è avvenuto nel Mar Baltico, dove le acque raggiungono una profondità media molto limitata, di 55 metri – continua Luchetta che è anche Principal Investigator della stazione di Paloma, parte della rete italiana di ICOS -, e in queste condizioni il gas risale rapidamente verso la superficie e si disperde in atmosfera, per questo credo che le conseguenze più gravi riguardino il comparto atmosferico piuttosto che quello marino. Personalmente non sono a conoscenza di episodi simili accaduti in passato”.

“I processi di estrazione e distribuzione del metano – interviene Cristofanelli – rappresentano una delle sorgenti più rilevanti di emissioni di metano e le perdite di questo gas richiedono determinate attenzioni, perché hanno un effetto significativo sull’aumento dell’effetto serra. Episodi come questo evidenziano l’importanza di poter contare su strumenti di monitoraggio validi, accurati, tempestivi e precisi, in modo tale che i decisori politici possano sviluppare strategie di azione mirate ed efficaci”. La preoccupazione, quindi, riguarda il futuro a lungo termine e, in particolare, la necessità di ridurre le emissioni inquinanti. “In un contesto in cui dobbiamo diminuire la presenza di gas serra in atmosfera – concludono gli esperti – la fuoriuscita di enormi quantitativi metano è sicuramente preoccupante, e ci spinge a riconsiderare i modelli elaborati in precedenza e ad agire con maggiore efficienza per ridurre il carico di emissioni”.

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05 febbraio – ore: 14:30

Prof. Dr. Morelia URLAUB (GEOMAR Helmholtz Centre for Ocean Research Kiel)

Eastern Sicily’s dynamic continental margin: volcano flank collapse, active submarine landsliding, salt dynamics, and cold seeps

ABSTRACT:
The continental margin off Eastern Sicily is shaped by magmatism, strike slip tectonics related to the Calabrian subduction zone, salt tectonics, gravitational sliding, an active sedimentary system, and ocean currents. Since 2012, GEOMAR has been active in the area to understand the dynamics and structure of the offshore flank of Mount Etna and the interplay of magmatism, tectonics and gravitational collapse. We have acquired ship- and AUV-based multibeam echosounder data (partly time-lapse), 2D and 3D high-resolution seismic data, sediment cores including pore water and tephra analyses, seafloor geodetic monitoring, and rock sampling with dredges. This heterogeneous data set allows differentiating tectonic, volcanic, and gravitationally-induced structures, gives insights into modern and past large-scale volcano flank deformation as well as small-scale submarine landsliding, and provides a more complete record of Etna’s volcanic activity. In this talk I summarise the main results from our work on the submerged flank of Etna and its surroundings and conclude with the most important open questions.

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